 Napoli - Una torta importante: sono ben tremila le candeline che ha spento venerdì 9 aprile la soap di Raitre 'Un posto al sole'. Le candeline simboliche altro non stanno che per il numero di puntate raggiunto. La prima andò in onda nel 1996, quando la soap opera (la prima tutta italiana), venne pensata come l'àncora di salvataggio del centro di produzione Rai che era prossimo alla chiusura. Fu Giovanni Minoli, direttore di 'Format', che per evitare il fallimento si rivolse alla società di produzione Grundy. Nacque così quattordici anni fa quello che per molti italiani è diventato un appuntamento serale irrinunciabile. I motivi del successo molteplici: le storie che gravitano attorno al palazzo Palladini non raccontano solo di amori, tradimenti e gelosie. Per intenderci: nulla a che vedere con 'Beautiful' e altri serial, dove i protagonisti si svegliano già truccati e pettinati, fanno colazione in cravatta e abito da sera, vanno a lavoro (che è sempre un hobby, perché son sempre tutti straricchi) con la limousine. Qui siamo a Napoli, quello che si vede sullo schermo attinge alla realtà: dalle difficoltà economico-lavorative ai problemi familiari, con un occhio sempre puntato sull'attualità e sulle tematiche sociali. Ma è bene sottolineare l'importanza di questo traguardo non solo dal punto di vista artistico. Perché attorno ad un prodotto di successo si viene a creare una macchina lavorativa notevole. Per avere un'idea in termini numerici, nel corso di questi anni sono stati quattromiladuecento gli attori scritturati che si sono avvicendati sul set; attori diretti da centoventi registi e le cui storie sono state ideate e scritte da ben duecentodieci sceneggiatori. Ma un prodotto televisivo non è fatto solo di registi e attori, ma si costruisce con un team lavorativo ampio ed eterogeneo, che raccoglie diverse figure professionali. Attualmente ogni giorno vi lavorano all'incirca quattrocento persone, una squadra variegata: da chi lavora nella redazione a chi si occupa della produzione, aggiungendo parrucchieri, truccatori, costumisti, scenografi, attrezzisti, fino a chi si occupa della mensa o dei cestini. Impossibile elencare tutte le figure professionali coinvolte, ma una cosa è certa: se 'Un posto al sole' deve ringraziare i suoi milioni di telespettatori, la città di Napoli deve ringraziare la soap per aver creato possibilità lavorative lì dove scarseggiano. Due storici interpreti avallano questo dato. Luisa Amatucci nella finzione interpreta il ruolo di Silvia Graziani, personaggio che gestisce il bar Vulcano, i cui finti clienti sono nella realtà figuranti. E sono tante le comparse che quotidianamente si alternano negli studi del quartiere di Fuorigrotta, dove sono ricostruiti gli interni e si gira la maggior parte delle scene. La Amatucci conferma: "la soap ha dato nuova vita ad un centro Rai per cui si prospettava la chiusura, offrendo lavoro non solo ai napoletani, ma anche a tante persone che vengono da fuori". E questo ci permette anche di smentire il luogo comune che la soap ambientata a Posillipo sia seguita solo al sud; anzi, contro ogni aspettativa, i primi anni di messa in onda era Bolzano la città che faceva registrare il più alto numero di ascolti. Mentre oggi la curva dell'auditel si impenna nel Veneto. Anche Patrizio Rispo, l'amato portinaio Raffaele Giordano, conferma, ma è più amareggiato: “'Un posto al sole' è stata pensata per essere il volano dell'economia napoletana. Del resto il turismo e lo spettacolo dovrebbero e potrebbero essere due grandi motori su cui puntare e che potrebbero dare una grande spinta alla nostra regione. Tuttavia, col tempo, numerose professionalità create nei nostri studi si son perdute, perché spostatesi altrove. Purtroppo non vi è attenzione sufficiente nei confronti dell'arte e della cultura in generale qui da noi, si valorizzano altre sedi. E altri 'prodotti nostrani', come 'La squadra' non hanno più vita". Angela Lonardo |