 Quante volte al giorno ci imbattiamo nella graziosa immagine di Betty Boop? Tante, davvero tante. Contarle sarebbe impresa più impossibile che ardua. Del resto, quale ragazzina non ha nel proprio guardaroba almeno una maglietta con la celebre eroina d’oltreoceano? Ma la seducente Betty non si è fermata alla t-shirt, possiamo infatti trovare la sua buffa testolina a forma d’arachide un po’ ovunque: dalla lingerie ad ogni sorta d’accessorio, non v’è nulla che si salvi. Ecco perché molti, anzi moltissimi, la ritengono solo un marchio, una griffe. Non mi credete? Provate a chiedere a qualche ragazza chi sia la figurina sulla sua borsa. Ebbene, la sempre più invadente Betty Boop era un personaggio d’animazione, nato negli anni ’30 dalla fantasia dei fratelli Fleischer. L’innegabile carica erotica, sottolineata dall’abitino succinto e dalla giarrettiera in bella mostra, la resero ben presto un’autentica icona sexy. In questa direzione contribuì non poco l’irriverente genio dei suoi creatori: si narra addirittura di velocissimi frame (uno solo dei ventiquattro fotogrammi al secondo) che la ritraevano svestita. Come se non bastasse, per la movenze gli autori si ispirarono, oltre alla cantante Helen Kane, alle lucciole delle strade di New York. Per non parlare poi di alcune scene dall’indiscutibile tensione sessuale, come le avance da parte del capo (con tanto di implicito ricatto: “Do you like your job”?) in Boop-Oop-A-Doop, cortometraggio del 1932. Va da sé che una figura così sovversiva, soprattutto per l’epoca, non potesse durare a lungo. Intorno al 1935 le proteste del pubblico conservatore e l’applicazione del codice Hays “costrinsero” Betty ad indossare abiti più castigati e a dedicarsi alle faccende domestiche. Da qui il declino del cartone, fino all’abbandono degli schermi nel 1939. Ma l’intramontabile eroina di celluloide, con i suoi capelli corti e frangiati, e l’inconfondibile atteggiamento, ingenuo ed ammiccante al tempo stesso, riuscì a resistere nell’immaginario collettivo. Insomma, l’uscita di scena non ne decretò la fine, tutt’altro: il mito di Betty Boop rimase intatto e andò rafforzandosi con gli anni. Tant’è che ricomparve un’ultima volta, a quasi mezzo secolo di distanza, in “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” di Robert Zemeckis. I corti della dolce Betty sono divenuti dei veri e propri classici: “Ha! Ha! Ha!”; “Betty Boop’s crazy inventions”; e il già citato “Boop-Oop-A-Doop”(che peraltro è il suo motto), solo per ricordarne alcuni. Interessante l’episodio “Betty Boop for president”, con il boccale di birra in chiusura a celebrare l’imminente abrogazione del proibizionismo. E come tralasciare, infine, il più noto e riuscito dei suoi film, “Minnie the moocher”. Il titolo è tratto da una canzone di Cab Calloway. Allo stesso artista appartiene la voce del fantasma che la protagonista incontra nella caverna. Da ciò si evince anche l’importanza della componente musicale, jazz e swing, di questi piccoli capolavori (alcuni di essi potrebbero essere considerati antesignani dei moderni videoclip). Non si dimentichi, inoltre, che l’ammaliante eroina ha incrociato la strada di altri personaggi d’animazione. Uno per tutti, “Popeye the sailor” (da noi meglio conosciuto come “Braccio di ferro”). In conclusione, Betty Boop non è solo una simpatica caricatura, ma la classica leggenda “vivente”. Con la sua trasgressione ha sfidato i personaggi puritani targati Walt Disney; è stata elevata ad icona sexy; ed è arrivata fino a noi più dirompente che mai. Boop-Oop-A-Doop! Antonio Cerreto |