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Torino Film Festival: trionfa un casertano
E’ la prima volta che la kermesse, dedicata al cinema di nicchia e giunta alla 28edizione, vede vincere un autore italiano. La soddisfazione del direttore artistico Gianni Amelio

Caserta - E' tratto da una storia vera - quella dell'amore tra Enzo, un emigrato, e Mary, un travestito, che si conoscono in prigione - il film di Pietro Marcello "La bocca del lupo", trionfatore di questa 27° edizione del Torino Film Festival.

A metà strada tra un documentario e un poema visivo l'opera di Marcello, prodotta dalla Indigo, è proiettata nei ricordi dei due protagonisti 60enni che continuano a vivere la loro storia d'amore nella realtà: sullo sfondo immagini di una città non contemporanea, quei vicoli di una Genova suggestiva e misteriosa atta ad ospitare una "storia singolare, un amore diverso", come dichiara lo stesso regista.

Il vincitore è un casertano. Pietro Marcello (nella foto), classe 1976, è originario di Caserta: oltre ad essere regista è anche sceneggiatore e direttore della fotografia. Dal 1996 al 2003 ha lavorato come organizzatore e programmatore della rassegna “Cinedamn” presso il Damn di Montesanto, Napoli. Collaboratore in veste di assistente alla regia, operatore e montatore per vari documentari, nel 2003 ha realizzato i corti "Scampia" e "Carta", nel 2004 il documentario "Il cantiere", che ha vinto il festival Libero Bizzari, nel 2005 "La baracca", premio del pubblico a “Videopolis”; nello stesso anno ha collaborato come volontario per una ONG in Costa D’Avorio per la realizzazione del film "Grand Bassan".

Ha scritto anche un libro, "Il tempo dei magliari", insieme a Marcello Anselmo. Ma il grande pubblico inizia a conoscerlo al festival di Venezia del 2007, dove presenta il documentario "Il Passaggio della Linea" che si aggiudica il premio "Biografilm" nella sezione "Orizzonti doc." e una menzione speciale. E' la storia di un viaggio attraverso l'Italia, da nord a sud, dall'alba al tramonto, seguendo la rotta dei treni espressi a lunga percorrenza da tempo abbandonati ad un destino di lento degrado. Un opera dettagliata come un documentario e struggente come un film, che già lasciava intuire le potenzialità del giovane regista casertano emerse in pieno in questo Torino Film Festival.

Gli altri premi. La giuria internazionale del festival - composta da Sandro Petraglia (Presidente), Anna Biller (Stati Uniti), Rui Nogueira (Portogallo), Maya Sansa (Italia), György Szomjas (Ungheria) - ha assegnato il Premio speciale della Giuria ex-aequo a “Crackie” di Sherry White (Canada) e a “Guy and Madeline on the Park Bench” di Damien Chazelle (Usa). Ex-aequo anche il Premio al Miglior Attore, andato a Robert Duvall e Bill Murray per il film “Get Low” di Aaron Schneider (Usa); Miglior Attrice Catalina Saavedra per la sua interpretazione in “La nana del cileno” Sebastian Silva.

Un Festival "diverso". Niente serate di gala, né tappeti rossi; niente politici né gossip: a farla da padrone è solo il cinema. Un cinema lontano dalle sfavillanti luci di Hollywood e dai fasti di Venezia, di cui però nessuno ha sentito la mancanza. Il Torino Film Festival si conferma vetrina degli esordi e della "gioventù a lavoro" e tanto basta al suo Direttore Gianni Amelio: 16 film in concorso di cui 11 opere prime, 4 opere seconde e 1 opera terza. 2 italiani, 3 americani e 11 giovani registi provenienti tutti da paesi diversi: una soddisfazione per Amelio in un paese in cui la sperimentazione viene scoraggiata, i fondi per la cultura vengono costantemente tagliati e i giovani artisti sono i primi a farne le spese.

"La funzione di un festival è di mostrare quello che, altrimenti, non sarebbe visibile. Di scovare i film più interessanti, e segnalarli, farli conoscere. ’La bocca del lupo’, che è stato giudicato il miglior film, racconta la disperazione, ma anche la felicità degli ‘ultimi’, senza ideologia, senza compiacenze né compiacimento. Senza paura di usare linguaggi diversi, dal superotto al repertorio, dalla finzione alla ricostruzione, tutto girato negli angiporti di Genova", ha dichiarato il regista -  “L'ho visto. Molto vitale, si sente come un brulicare di esistenze, di sentimenti nel buio di quei vicoli. Un po' rosselliniano, direi, nella capacità di far recitare la realtà”.

Il cinema ai tempi della crisi. E proprio Rossellini è uno tra i grandi maestri amati di Gianni Amelio, a cui il suo cinema strizza sempre un occhio: la sua passione per il cinema, quello non patinato né di moda, è dimostrata dalla scelta delle retrospettive che i giovani presenti hanno affollato. "Mi hanno dato del matto per aver scelto un regista morto, Nicholas Ray, e uno moribondo, Nagisa Oshima, per le due retrospettive. In genere si fanno questi omaggi per attirare qualche autore-star che poi verrà a prendersi gli applausi. Io ho preferito proporre due eterni giovani. Due che facevano cinema con grande libertà. Quando Ray incomincia a usare il cinemascope, che era stato appena introdotto, tutti i suoi colleghi erano paralizzati. Quello schermo troppo grande, troppo ornamentale. Ray ne fa un uso spregiudicato, capisce che da mezzo tecnico può diventare mezzo linguistico. Non si fa spaventare. Oshima usava già la macchina a spalla prima che diventasse consueta. Ray è stato padre a Oshima e Oshima al cinema di oggi..."

Da un amore per il grande cinema nasce quindi la passione che Amelio ha messo in questo festival, che si rivolge proprio a quella che è la sua seconda passione: i giovani. "Pusher", del danese Nicolas Winding Refn, è una storia un po’ tarantiniana a cui si accoppia una dettagliatissima descrizione della vita quotidiana di un giovane spacciatore, la sua cultura, i suoi desideri, le sue relazioni. "Guy and Madeline on a park bench" racconta di due ragazzi che si muovono per le strade di Boston, lui suona la tromba, lei cerca un lavoro e si mettono insieme, poi si separano e ciascuno va per la sua strada. Questi piccoli film pieni di grazia documentano un precariato totale: economico, esistenziale, affettivo."E anche artistico" sostiene il regista. “La macchina del cinema non è estranea alla crisi. Un autore di 30 anni sa che alcune porte produttive non si apriranno mai. Deve regolarsi di conseguenza. Produzioni indipendenti, autoproduzioni, pochi mezzi".

E questi festival: che ci permettono di scoprire un cinema che forse non avremmo conosciuto mai, anche se a girarlo è un nostro concittadino.

Valentina Sanseverino

24/11/2009
 
 
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