venerdì 3 settembre 2010Direttore Responsabile: Ornella Mincione    Direttore Editoriale: Francesco Meola
 
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"Frammenti di viaggio" di Pino Tafuto
L’esordio discografico di Tafuto è un caleidoscopio di immagini e di suggestioni, che dalla musica classica arriva fino alle sperimentazioni della musica contemporanea

Napoli - La buona musica mal sopporta le etichette. E questo è il caso sicuramente di “Frammenti di vaggio” di Pino Tafuto. Un lavoro strumentale che sfugge ad ogni definizione di genere per il carattere poliedrico del suo autore, passando dalla musica classica, al jazz, alla world music.
Napoli è sempre stata una città molto generosa con la musica, fucina di grandi talenti. Pino Tafuto è sicuramente uno di questi, ma per la sua formazione e per i suoi svariati interessi esula dal panorama strettamente partenopeo, diventando uno dei più apprezzati pianisti a livello nazionale.
Il suo linguaggio espressivo poggia su una solida formazione classica sulla quale interviene, attraverso un oculato processo di contaminazione e di stratificazione, con sonorità sempre diverse, frutto di una libera interpretazione di materiali e tradizioni diverse assorbite negli anni. La sua grande maestria tecnica riesce poi ad amalgamare il tutto e a rendere facile all’ascolto ciò che facile non è (cosa che solo ai più bravi riesce davvero), partendo da Bach, passando per Mozart, fino agli sperimentalismi contemporanei di Steve Raich.
Lo studio in cui ci riceve, pieno di fogli sparsi, di spartiti, strumenti accatastati e le immancabili foto alle pareti con gli altri artisti, ha l’aria di un laboratorio di idee in cui le suggestioni si accavallano e tradisce l’indole sperimentale del suo lavoro.

Pino, hai 39 anni, ma a leggere quello che hai fatto fino ad oggi non si direbbe. Hai già fatto tantissime cose, hai già tanto da raccontare... come la Rai.

Sì. Nel ’96, a venticinque anni, entrai nell’orchestra della Rai di Roma come pianista e tastierista. Ho collaborato a tantissime produzioni televisive, sia con Baudo che con Magalli.

Comunque sei stato anche in giro in tournè con tanti artisti.

Sì, tra gli altri, ho suonato con Gino Paoli dal 2002 fino al 2006, poi Toquinho, Ornella Vanoni... recentemente ho collaborato con Nino Buonocore per il suo tour.

Ma oltre al pop hai fatto anche jazz...

Nel 2004 ho lavorato con Zurzolo realizzando composizioni e arrangiamenti per varie colonne sonore di film  e fiction. Nel 2005 ho curato gli arrangiamenti del suo “Sette e mezzo”, un lavoro che ha riscosso un grande successo di critica a livello internazionale. Questa esperienza mi ha permesso di confrontarmi direttamente con musicisti di fama mondiale quali Marc Johnson  e Gabriele Mirabassi.

E tra tutti questi impegni dove hai trovato il tempo per il tuo disco?

In realtà il disco è nato per caso. Mi avevano chiesto delle musiche per alcuni documentari in Spagna e avevo appuntato un po’ di idee che ho poi deciso di sviluppare e di raccogliere in questo lavoro. Un lavoro che si è protratto per quattro anni circa, dati i miei impegni per gli altri.

Infatti mi dicevi che l’album è nato un po’ dietro le quinte...

Sì, un po’ tutti i pezzi sono nati dietro le quinte, prima di salire sul palco per qualche concerto. Capitò con “Riflessioni di un viaggio”, il brano da cui ha preso il via tutto il progetto. Ricordo perfettamente il momento in cui è nato: prima di entrare in scena durante un concerto della tourné che ho fatto con Gino Paoli e la Vanoni. Una composizione a cui tengo particolarmente. E’ una melodia molto importante secondo me, un pezzo che ho lasciato per pianoforte solo.

Il primo brano del disco ha un titolo evocativo o sbaglio?

No, è giustissimo. “Carro di Stelle” è il pezzo che ho scelto per aprire il disco proprio per la sua valenza simbolica, come viatico a tutti gli altri brani che seguono. Nella mia intenzione sono varie stelle che formano una immaginosa ed utopica costellazione. Non a caso il brano in questione è volutamente composito, strutturato cioè in varie parti, con timbriche estremamente differenti che si susseguono (come il passaggio tra l’oboe ed il basso fretless). Questa eterogeneità dell’ispirazione e dei generi si riverbera poi su tutto il lavoro.

Tante influenze insomma... a chi ti ispiri maggiormente?

Il filo conduttore che lega l’album dall’inizio alla fine è la ricerca melodica. Ho quindi concentrato la mia attenzione su pianisti quali Lyle Mays (pianista di Pat Metheny) o Bill Evans. Tutti pianisti jazz dalla liricità molto spiccata. Ma parlare di jazz per questo album è improprio. Ho lavorato sulla forma canzone, sul pezzo chiuso, non sulla improvvisazione. C’è una costruzione “classica” del pezzo ed un vestito con colori e pronunce jazzistiche. Ciò che resta di jazzistico è il tipo di sonorità che ho utilizzato: il contrabbasso, l’impasto timbrico tra pianoforte e sax soprano o sax tenore etc. Come impostazione intellettuale somiglia al cool jazz, per la continua contaminazione tra le forme della musica colta ed i generi “popolari”, ma dovendo definire il disco c’è molto più di world music e di musica classica. Potrei citarti gli Oregon o Paul McCandless per farti un esempio.

E musicisti italiani?
Apprezzo molto Savio Riccardi, anche lui è un pianista compositore napoletano. Lavora a Roma, lo seguo da sempre.

Comunque in generale si percepisce una certa “pulizia” nella scrittura, un andamento quasi corelliano delle parti, minimale.

Mi sono affidato infatti ad una forma chiusa, sulla quale poter poi lavorare: la forma canzone che ben conosciamo. E’ una forma molto organizzata, schematica, che necessita per sua natura di una concisione sia a livello espressivo che di mezzi. Le parti affidate ai singoli strumenti sono tutte essenziali, con nessuna concessione al caso o all’improvvisazione estemporanea.

Concentrazione del materiale tematico come in “Introspezione”, un brano che ruota attorno ad un solo accordo... giusto?

“Introspezione” è un brano che risente molto dell’influenza di Steve Raich, che amo moltissimo. Tecnicamente è composto su un concetto modale, un unico accordo su cui poggia l’intera evoluzione melodica. Questo ostinato armonico (un vero e proprio pedale classico) dà il senso di una ricerca, di una introspezione appunto. Per questo album ho assunto l’onere di una contaminazione assoluta che da Bach passasse a Mozart fino ad arrivare alle sperimentazioni contemporanee dei loop orchestrali e le cellule ritmiche ossessivamente ripetute di Steve Raich.

Bach è presente in “For Rose”...

Sì, ho ripreso la melodia di un concerto brandeburghese di Bach innestandogli una matrice jazzistica (il pezzo è in ¾ ).

Ma c’è anche Napoli e l’eco di musiche celtiche.

Ho infuso la tipica passionalità del sud nel primo tema di “Bianco e nero”: un brano che già nel titolo tradisce l’ispirazione fortemente manichea da cui è nato. L’intento è quello di accostare due temi fortemente contrastanti, due linee melodiche totalmente diverse: una concitata, legata a sonorità e a sviluppi tipicamente partenopei ed una ariosa, trattata secondo i rigidi procedimenti della musica classica. Un po’ come la forma bi-tematica della sonata classica, con l’eterno confronto tra il dionisiaco e l’apollineo nell’arte. Con “Vento del nord” invece mi sono lasciato ispirare dagli immensi paesaggi irlandesi. E’ un brano che ho scritto a Dublino e, soprattutto nella parte di chitarra, ho adottato procedimenti armonici e melodici tipici della tradizione nord europea.

Un disco che tenta una sintesi tra stili e suggestioni lontane sia nel tempo che nello spazio, insomma.

Esattamente.

Ma questo disco si distingue anche per i tanti musicisti che ci hanno collaborato, tutti diversi tra loro.

E’ un disco di special guest! Tutti grandi musicisti, che vengono da esperienze diverse, con una forte personalità ed uno stile inconfondibile. Tutti amici, solo per citarne alcuni: Carlo Fimiani, con cui ho condiviso l’esperienza di tante tournè in giro per l’Italia e all’estero in questi anni. E’ un grande chitarrista e ho ricambiato il favore collaborando anche io al suo disco solista. Poi c’è Roberto D’Aquino, bassista che suona da anni con i più grandi artisti della scena pop italiana (tra gli altri Giorgia, Gigi D’Alessio). Gino Evangelista, che considero davvero un genio, musicista eclettico che per me ha suonato la chitarra portoghese, il flauto, ma soprattutto la Kalimba ( “Introspezioni” è nato da una sua idea ritmica sullo strumento, il moto perpetuo che caratterizza il brano). Poi Marco Zurzolo al sax, Vittorio Riva alla batteria.. e tanti altri.

Una citazione a parte va fatta per Lino Volpe per gli interventi letterari...

Sì, Lino ha scritto anche il cappello iniziale introduttivo che si legge nel libretto. Ha voluto sovrapporre ad alcuni brani dei suoi interventi, delle frasi. Sono delle immagini ispirate dalla musica. Comunque, sia i versi che i titoli dei brani hanno una valenza puramente evocativa. Immagini tra milioni di altre che la musica può suscitare (come faceva già Debussy ad inizio secolo con le sue musiche rarefatte, ponendo i titoli solo alla fine degli spartiti).

Questo disco lo stai suonando in giro adesso?

Cerco di ritagliarmi qualche data tra i mille impegni di lavoro che ho. Ma con una formazione ridotta rispetto al disco. Solo quattro strumenti: il pianoforte, la batteria, il sax e il contrabbasso.
A settembre con questa formazione ho presentato il disco al NickLaRocca jazz festival. Quest’anno il festival era dedicato ai pianisti napoletani e mi ha fatto molto piacere essere invitato e poter presentare il mio lavoro.

Dove possiamo venire a sentirti?

Prossimamente saremo a Foggia, il 21 Gennaio. Il 28 invece presenterò il disco a Salerno. Il 14 febbraio siamo a Capua, in provincia di Caserta.

Raimondo Simonetti

10/01/2010
 
 
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