 Caserta - Avevo un professore di filosofia al liceo che era un vero bastardo. Lo sogno ancora qualche volta (è il mio incubo ricorrente), mentre legge Rousseau insieme a Kant sghignazzando e poi fissandomi con quegli occhietti piccoli da sociopatico. Beh, a parte gli infelici ricordi e gli incubi ancor più tristi, la filosofia non l’ho mai capita (chissà perché!) e tanto meno l’ho mai amata, eppure, nonostante i miei evidenti limiti, mi accorgo che spesso incorro in ragionamenti che si contorcono come i serpenti di Minerva. Alla fine ne vieni a capo ma non capisci bene come. La fase successiva è la condivisione del pensiero ritorto che diventa per noi esseri umani la base dell’esistenza comune, ed in nome di questa necessità voglio condividere le mie riflessioni vagamente filosofiche su un caso che da mesi, ma in questi giorni in particolare, tiene banco fisso nei nostri Tg: il caso Englaro. O meglio, ciò che comporta la riflessione su questo caso. La filosofia della morte (perché va ben considerato che è di morte che si parla), si è sviluppata in concezioni varie millenarie, da Socrate, conscio dei termini della sua conoscenza, che si getta in braccio alla morte pensando: chissà, magari mi farà bene, a Kierkegaard che valuta la disperazione come il tormento del non poter morire, fino a Jankèlèvitch che considera la morte l’ostacolo puro e assoluto all’autorealizzazione. Di teorie ce ne sono a iosa forse perché questo è il mistero che più ossessiona l’uomo, ma più che della morte in sé, in questi giorni ho sentito molto parlare (più spesso vanamente ) del diritto alla morte, considerato al pari del diritto alla vita. Il punto è che il diritto alla morte non può essere solo quello che si presume desideri far valere una persona in stato di incoscienza (Eluana non è morta, neanche cerebralmente), ma ha varie sfaccettature che riguardano più spesso casi di persone coscienti e sane. Questo vuol forse dire che dovremmo incoraggiare (perché di questo si tratta), o quanto meno accettare il desiderio suicida? Poniamo per buono che il diritto alla morte sia paragonabile al diritto alla vita, sarebbe giustificabile che un ragazzino di sedici anni si impicchi per una bocciatura? Quello non è diritto alla morte? Qualcuno obietterà che in quel caso il ragazzino vive con incoscienza e troppa forza emotiva l’evento e che per la futilità del motivo il diritto alla morte andrebbe a decadere bisogna quindi valutare il caso specifico per porre un giudizio morale (e, sorpresa delle sorprese, anche un giudizio legale come la giurisprudenza degli ultimi giorni docet). Allora però, se bisogna valutare caso per caso, il diritto alla morte non è più uguale al diritto alla vita che va preservata sempre e comunque (ancora ci scandalizziamo vigliaccamente davanti ad esempio ad un aborto!). Siamo così bigotti da credere che il diritto alla morte sia ostacolato solo da una qualche forma religiosa o politica e non da un comune sentire o da un’ovvia realtà dei fatti? I diritti individuali sono ben conosciuti e tra questi non ho mai letto niente riguardo alla morte. La cosa più vicina al caso può essere il diritto ad una vita dignitosa, ma anche quest’ultimo è un concetto assai precario di questi tempi. Chi è più manchevole di dignità, chi pecca di più rispetto alla propria vita (di quella altrui è poi tutt’altro tema): un assassino, uno stupratore, un depravato o una ragazza che semplicemente dorme, respira da sola, non ha bisogno di farmaci (quindi non mi parlate di accanimento terapeutico), che forse ha ancora una speranza e si ritrova probabilmente sacrificata alla necessità di eliminare un dolore troppo grande per chi lo vive? Per questo si può parlare solo di filosofia, la necessità del sapere, di capire, e la misera legge umana non dovrebbe neanche provare ad immischiarsi. Provo a formulare i pensieri di un genitore ma mi è negato non avendo figli, provo allora ad entrare nei possibili pensieri di questa ragazza, maledizione, è ancora più difficile. Ma una cosa la so: non vorrei mai che qualcuno, mio padre, un giudice, un politico o un prete decidano per me della mia esistenza. E fra i due diritti, quello alla morte e quello alla vita, vorrei che prevalesse quest’ultimo, se non per legge almeno per filosofia. Bruna Arena Bree13@libero.it |