 Caserta - Stavolta ho aspettato un po’ prima di dire che sarebbe stato un anno fantastico. Ho aspettato qualche giorno, così, per sicurezza, per non essere necessariamente ottimista perché è un anno nuovo, perché è un anno pari, perché ci sono i mondiali di calcio e così via. Solo per capire come si mettevano le cose e l’attesa non è stata di certo tra le più felici. Un anno nuovo ma che puzza di vecchio e stantio: ci hanno tartassati con la storia dello scanner per l’identificazione negli aeroporti, privacy zero ma chi se ne frega, l’importante è che all’ennesimo pazzo non salti in mente di riempirsi le mutande di esplosivo (salvo venire a sapere che neanche questo famoso scanner riuscirebbe a vedere una cosa del genere, ma non lo fate sapere alle compagnie di produzione che ci guadagneranno miliardi); dopo qualche giorno Brunetta ci fa sapere di non aver mai capito il primo articolo della nostra illustre Costituzione, ed io ero convinta che per fare il ministro bisognasse quantomeno aver compreso ed appoggiato e giurato di difendere appieno i nostri diritti fondamentali, mah, mi sarò sbagliata; e poi Minzolini che ama Craxi, Berlusconi che ama chi gli tira le pietre, il Governo intero che ama il mondo intero. Sarà un anno pieno d’amore, penso tra me e me. Poi mi ritrovo davanti le immagini di un vero e proprio safari d’Africa nel cuore della Calabria e inizio a pensare che l’amore salverà anche questo fattaccio. Ma si susseguono notizie brutali e sconcertanti e le sento dalla bocca del ministro Maroni, il quale perde il suo proverbiale aplomb e si scaglia contro le negligenze e le omissioni della Regione; che promette deportazione là dove un anno fa aveva promesso aiuto; che asserisce con rigore che non servono nuove leggi ma serve applicare la vecchia Bossi-Fini. In un qualunque altro Paese degno di questo nome, sono convinta che il ministro dell’Interno avrebbe abbassato la testa e firmato in diretta tv le immediate dimissioni per non essere riuscito a controllare una situazione di cui si conosceva tutto molto ben prima degli spari. Avrebbe mandato l’esercito a proteggere gli immigrati che, clandestini o meno, si trovano sul suolo italiano e stanno subendo ingiustizie disumane. Avrebbe sequestrato gli aranceti dello scandalo e indagato sui carnefici di questo schiavismo moderno che ci rende un meschino popolino. Avrebbe mandato le forze dell’ordine a stanare gli attentatori fino alla più impervia grotta calabrese. Avrebbe detto al ministro delle Riforme di non dire l’ennesima cavolata sui cattolici uccisi in risposta al Cairo che ha denunciato le condizioni disumane dei suoi figli in diaspora, avrebbe detto alla Questura di Reggio Calabria che rispondere che non ci sono egiziani a Rosarno non era una risposta poi così acuta. Non avrebbe dato la colpa all’amministrazione locale, al balordo modo di vivere del sud, non avrebbe mandato le ruspe a distruggere rifugi di plastica e cartone in forma di minaccia senza dare il tempo di raccogliere i pochi beni faticosamente accumulati da persone che vivono con 20 euro al giorno per tre mesi l’anno in condizioni che spero abbiano visto tutti in questi giorni. Non li avrebbe cacciati a pedate da quelli che non avrebbe dovuto permettere di diventare dei ghetti e poi delle trappole di morte. Non avrebbe accettato le parole del papa che, senza alcun riferimento preciso né geografico né istituzionale esordisce in uno dei suoi discorsi con “gli immigrati sono esseri umani”. E grazie tante, parole commoventi. In un Paese degno di questo nome non ci si sarebbe permessi di parlare di falso buonismo, soprattutto da chi ha sbandierato l’icona doppiogiochista del partito dell’Amore contro il partito dell’odio responsabile del gesto di un folle come del buco dell’ozono. In un Paese degno di questo nome, quando tre milioni di persone spendono due euro per fare il tuo nome tu poi fai qualcosa in cambio, dici qualche parola, anche un piccolo gesto simbolico, non rimani in disparte a girarti i pollici mentre chi ti ha dato un certo potere si chiede perché non lo eserciti affatto. In un Paese degno di questo nome potrei giurare che il colore del proprio vestito, perché non accetto nessun altro concetto, può non piacere ma non me lo strappi di dosso altrimenti io strappo il tuo e il gioco comincia. In un Paese degno di questo nome si entra in una cabina chiusa da un telo, si prende una matita indelebile e si mette la ics sul nome di una persona che vuoi ti rappresenti, una persona di cui devi conoscere tutte o quasi tutte le idee, di cui ti devi fidare, devi sapere che non cambierà strada facendo, di cui sei disposto a perdonare qualche peccatuccio veniale pur di ottenere l’applicazione dei tuoi concetti, delle tue vedute non solo politiche ma anche sociali, legali, etiche… In un Paese degno di questo nome non entrano solo calciatori e subrettine. Non si permette alla mafia di sparare ad uomo. Si vota con coscienza e si dà credito ai colori, se questo fosse un Paese degno di questo nome. Bruna Arena Bree13@libero.it |